I matti e i loro medici: in scena lo Cunto della Gatta Cenerentola

Uno specchio, per imparare a guardarsi. E scoprire che “da vicino nessuno è normale”.

venerdì 1 luglio 2011

Uno specchio, per imparare a guardarsi. E scoprire che “da vicino nessuno è normale”.

 Se un buco nel prato catapultò Alice nel suo paese delle meraviglie, ora è uno specchio – con la quinta di una scena e l’ armonia di un canto – a proiettare un’intera platea in una dimensione senza barriere. Dove Cerentola diventa regina. E i “matti” attori.

Succede con lo Cunto della Gatta Cenerentola, fusione della celebre opera teatrale di Roberto De Simone con gli originari versi di Giambattista Basile, e soprattutto succede con la mescolanza dei pazienti del centro di salute mentale di Puglianello (BN) con i loro medici. Tutti insieme sul palco, per uno spettacolo capace di trasmettere i brividi. “C’ è chi nasce nudo e chi vestito, chi martello e chi incudine”. Se nessuno può opporsi al suo destino – come cantano le serve nella prima scena – tutti possono migliorarlo con la volontà. E riscaldarlo col sogno. Ed  è quello che l’ esperimento della “Compagnia teatrale Instabile” ha reso possibile per i “matti del paese”.  Li ho visti superare le paure e sconfiggere i fantasmi, ad ogni scena di questa grande favola. Li ho visti faticare, provare, poi tremare, ma alla fine cantare. E sorridere – felici, emozionati – agli applausi. Mentre con passo incerto e sguardo fisso, c’ era chi raccontava di “aver visto o’ re, proprio qui a’nnanzi a me”.

Il sogno a portata di mano. Il re, emblema di ogni desiderio: di un amore, di un’emozione, di un progetto o di una sfida. La sfida innanzitutto di essere loro – i matti – sotto i riflettori e non nel buio di stanze chiuse, a lungo concentrato di pregiudizi, paure, vergogne e dolori. Ergastolo bianco troppo spesso stabilito, per chi nasce con una malattia mentale. Soprattutto al sud.  E invece, ora eccoli qui, i pazzi e i loro medici, insieme sul palco per uno spettacolo di musica, prosa, tradizione e sperimentazione. Ritmi popolari e musica colta, cuciti dalla melodia del dialetto napoletano che fece della “gatta di De Simone” il suo capolavoro. Capere (ossia parrucchiere) e matrigne, lavandaie e ianare (le streghe di Benevento), tamburi e nacchere tutto insieme, per portare gli spettatori in quello spazio dove nulla è più come appare. E il riso ha sempre un sapore amaro, come le parole un retrogusto di pensieri. La fiaba di colei che il destino mise prima in cucina poi accanto al re si sviluppa così, tra maldicenze, cattiverie, invidie e pettegolezzi. Ma alla fine solo a lei entrerà la scarpetta:  alla fine, la rivincita arriva. Col suono travolgente di un coro, che con le storie delle “sei sorelle, tutte belle per far l’ amor” – schiude un sorriso sul viso di chi è sul palco e contagia tutti gli altri. Come la spontaneità della “zingara”, che arrivata al centro della scena si guarda intorno e al maestro d’orchestra chiede: “ma ora tocca a me? devo recitare?”.

ps Avevo già assistito alla prima di questo spettacolo, al Teatro Comunale di Benevento. Poi- dopo il gran debutto nell’imponente cavea del Teatro Romano, ieri era alle Terme Antiche di Telese. E ci sono tornata, per portare anche i lettori di Storiacce blog ad assistere a questa favola barocca,  capace di regalare un sogno.